Mentre il delirio geometrico dell’artificio umano prova a stuprare il buio, catalogando l’ignoto cosmico e calcolando vili contromisure contro i corpi celesti, questa specie rivela la sua cronica impotenza. Siamo l’ultimo anello di un’evoluzione intellettuale e spirituale rimasta analfabeta, eppure pretendiamo di recintare l’universo e di sottomettere il tempo alla nostra miopia meccanica. Nelle stanze dell’illusione, dove il potere banchetta, la memoria viene sistematicamente sradicata; una stanchezza inesorabile svuota le sale consiliari del loro sangue storico, sostituendolo con la finzione di un dominio di carta. Chi siede a quelle tavole è cieco davanti alla fragilità della carne e ignora l’Infinito affetto del Padre dei padri. L’Altissimo osserva oggi, con una spossatezza siderale, questa sua tanto amata ma sorda umanità. È la stanchezza metafisica di un Padre che i figli hanno smesso di ascoltare; una forza eterna costretta a vigilare sul loro istinto autodistruttivo, a stanarli da quel bosco fitto dove corrono incontro alle belve, mantenendo un sonno vigile che è il riflesso di un affetto dolce e smisurato. Ma la terra rigetta l’artificio. Quando l’Etna tossisce, l’intera impalcatura sociale trema e crolla nel fango; una ferita rossa squarcia la tela della nostra presunzione, tracciando il confine esatto del nostro respiro limitato. Non c’è via di fuga nei calcoli: esiste solo l’impatto con l’errore. Questo squarcio cromatico sulla parete non è un timido monito, ma un atto di rieducazione spirituale. È il momento di rovesciare l’arte e la verità sulle tavole del comando, disarmando l’illusorio potere per tornare a proteggere i più fragili. La svolta è un graffio interiore inciso nella materia, perché l’unica moneta rimasta in questa frequenza di memoria, è il battito crudo del cuore: un oblio apparente, un vortice che risucchia il respiro solo per ricordarci di respirare insieme, custodi di quell’ultima, dolcissima raccomandazione di salvezza.
Dal Crepuscolo della Torre
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